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Photo project, 2016


PUNTA DELLA SALUTE

Un’ora in un luogo, un flusso di pensieri

by Federica Delprino
2016

Photo project
exercise done during Art Lab by Agnes Kohlmeyer, IUAV University, Multimedia Arts Undergraduate Degree

Relazione su Punta della Salute, 8 marzo 2016

Quando si va dritti, attomo a noi c’è sempre “qualcosa a sinistra” e “qualcosa a destra”. Non sono
solita dividere lo spazio in modo così netto, distinto. Con occhio fotografico cerco sempre di trovare
un centro ed una disposizione degli elementi inquadrati simmetrica – se non nettamente asimmetrica, per contrasto.

Cammino per le Zattere: l’elemento al centro sono io – ed era un po’ che non capitava.

Quando procedevamo per la stessa strada insieme, io e lui, paradossalmente il centro esatto era occupato dal nulla. Ma non dovrebbe essere così: due persone, due anime in contatto, non dovrebbero avere il vuoto come loro unione.

Era molto tempo che non percorrevo questa strada da sola – ed era da molo tempo che non osservavo con gli occhi l’esteeno invece che lo spazio dentro di me.

Così ho smesso di guardarmi internamente e ho attivato lo spirito di osservazione verso ciò che mi circondava.

Sinistra. Destra.

A destra la Giudecca, il profilo non lineare delle case, interrotto dal passaggio sporadico di qualche barca. Le chiese, la cultura, i simboli della città.
A sinistra muri rovinati, spazzatura incastrata nelle inferiate di ogni finestra, resti del passaggio di una protesta.
A sinistra la rovina, il degrado, a destra la facciata della città.

E io cammino tra due mondi, tra due identità che allo stesso modo descrivono Venezia.

Sotto i piedi alghe, sporcizia, orme di chi ha percorso la stessa strada noncurante delle nuvole scure e del forte vento. Mi infilo in qualche calle mai notata, per poi tornare alla fondamenta principale, che conduce alla Punta.

Ci si può anche sentire estranei rispetto ai “nostri” luoghi, a volte. Capita se sono rivissuti soli, con troppe aspettative, con le persone sbagliate, con chi calpesta il momento e la situazione e ne vive solo lo strato più superficiale. E ci sì sente tagliati fuori da qualcosa di profondo – di profondamente tuo.

Mani diverse, quelle altrui, Uno spazio prima così stretto sembra ora così dannatamente troppo ampio se si è soli. O con gente estranea. O con chi si rapporta con il luogo in modo così superficiale. Superficiale. Superficie. In superficie è un posto da cartolina. Il campanile, le gondole, una grossa imbarcazione, le chiese, la polizia, bottiglie vuote, ombrelli rotti incastrati qua e là, i vigili del fuoco, una lanterna, qualcosa di cui non si capisce l’utilità, turisti, macchine fotografiche,
vento, nuvole grigie, un grosso e maestoso palazzo, angoli sporchi e pieni di spazzatura, laguna, Vaporetti, polizia su moto d’acqua, una chiesa con un esterno maestoso, dentro un alto soffitto e un’intrigante pavimentazione, una casa coperta d’edera, gruppi di scolaresche che rompono il
silenzio. Così tutto è un solo dato, ogni cosa o avvenimento scorre e non viene interiorizzato.

Le scale sono solo un insieme di scalini, quel basamento vuoto indica solo una colonnina che non ha più la sua gemella, i gabbiani sono solo animali che si posano e se ne vanno, le persone passano, guardano, smettono presto di avere relazioni con ciò che vedono. Una foto e via, si può ricorrere per sempre. Si dà importanza così, distrattamente.

Posti troppo vuoti.
Scale senza gente seduta.
Dettagli che ora si riescono a notare.